Le recensioni del Prof.: Le cattive di Camila Sosa Villada
Un libro non finisce quando si sfoglia l’ultima pagina.
A volte continua nelle parole di chi lo ha letto, nelle discussioni che suscita, nelle domande che lascia aperte. È da qui che prendono forma Le recensioni del Prof., nate dopo ogni incontro di Pagina56. Una lettura personale dei libri attraversati insieme, per ritornare sulle storie, sulle idee e sulle suggestioni emerse durante il percorso.
Le cattive di Camila Sosa Villada
Confesso una iniziale resistenza alla tematica annunciata nella sintesi editoriale di copertina ad uso del lettore ancora ignaro del testo. Però disposto a comprarlo. Naturalmente mi sono chiesto il perché di tale riluttanza, e per giunta con un vago senso di colpa. M’infastidiva forse l’argomento gay? O mi irritava un racconto che aveva tutta l’aria di rotolarsi nei bassifondi melmosi e tossici di una città latina, con infimo turpiloquio annesso e connesso? Non era forse tematicamente satura, e quindi superata, la narrativa contemporanea che predilige il realismo degli emarginati di qualunque tipo, genere e latitudine? Con ogni probabilità si trattava dell’ennesimo libro intenzionalmente provocatorio. Se così fosse stato, non avevo alcuna intenzione di farmi provocare.
Invece è bastato un paio di pagine a farmi cambiare idea. Sarà stata deformazione professionale o l’antico vizio di leggere un libro sempre e comunque fino in fondo (il vero senso di colpa mi scatta quando, troppo irritato, mollo un libro non finito; ma accade veramente di rado); fatto sta che il primo elemento a incollarmi al testo non è stata la storia in sé, ma la scrittura. Una scrittura fluida, densa di studiati inciampi lessicali, con una pregnanza polisemica da scrittrice consumata e nello stesso tempo fresca, giovanile, istintiva, disincantata.
La postura narrativa tutta personale, quella che detta in ultima analisi lo stile e il tono, pur generata dalla terribile esperienza di dolore autentico e perpetuo (si tratta di eventi autobiografici, dalla voce narrante in prima persona) è, nonostante tutto, illuminata di ironia, di sarcasmo amaro ma controllato, quando non è incupita dal dramma e dalla tragedia. Per una serie di scelte retoriche, quali l’iperbole e il realismo magico, quella postura ricorda a tratti certe pagine di Garcia Marquez.
Tanto per scendere nel pratico, un bell’esempio di iperbole è quello riferito alla Zia Encarna, una trans enorme, dall’età biblica (ha centosettanta anni, nientemeno!). Un personaggio fuori del comune, capriccioso e tenero, collerico e dolcissimo, che si è data la missione di accogliere e proteggere le trans più giovani, sbandate, pazzoidi, disperate, esposte ad ogni rischio di strada. Encarna coglie, dai meandri vegetali spinosi di un grande parco cittadino, il pianto di un bimbo abbandonato. Tirarlo fuori di lì è come partorirlo sul serio con tanto di sangue, dolore e cacca: la descrizione, che viaggia sul filo dell’analogia, è magistrale. Encarna alleva il bimbo in mezzo alla sua corte di trans, una più scombinata dell’altra, col grave rischio di vedersi incolpata per rapimento di minore. Scopre così una forma d’amore sconosciuta, che assomma e fonde la paternità (fisiologicamente è un maschio) con la maternità (dentro è femmina). Quando capisce che stanno per strapparglielo, morirà per quel bimbo e con quel bimbo. Voleranno via insieme, abbracciati per sempre, con l’aiuto della canna del gas.
Il realismo magico, quando non si fa duro e violento, è diffuso in tutto il testo, saturo di situazioni e personaggi paradossali, e composto di molte storie di varie trans. A volte però si trova particolarmente condensato e riconoscibile, come nella lenta metamorfosi in uccellino di una delle trans sordomuta. Difficile cogliere il senso metaforico dell’inverosimile trasformazione. Tuttavia, a ben rifletterci, è proprio la metamorfosi a costituire la chiave di lettura dell’aspirazione costante e manifesta delle trans: desiderare cioè per tutta la vita un corpo altro, visto che il proprio, avuto in malasorte dalla natura, non coincide con la propria intima essenza, ed è quindi inservibile, anzi di ostacolo al primario bisogno di identità. Cosa del tutto sconosciuta agli eterosessuali, appunto per ciò maldisposti a capirla. Ed è persino
odioso e odiato, quel corpo, se non per surrogati di sesso trafugato, o venduto per il bisogno di sopravvivere.
Non è, dunque, un libro provocatorio. È un libro dolente. Anche il linguaggio più truce non ha la gratuità di certe opere di facile consumo e di ambientazione borghese al limite della pornografia. Il linguaggio greve del sesso compare solo nelle situazioni realmente scabrose: e cosa può esserci di più scabroso della prostituzione trans?
Libro dolente, dunque: per quella infanzia tormentata da un padre ubriacone e violento e da una madre che non sa proteggere neanche se stessa. Dolente per la prigione a vita nel corpo sbagliato, che si cerca maldestramente di adattare ai rubati ritagli di piacere. Dolente per l’ostracismo e il disprezzo sociale, per le condizioni economiche sempre precarie, per il richiamo irresistibile della droga; tutti fattori che vanno a complicare la costante lacerazione dello sdoppiamento identitario. Dolente per il trattamento violento e mirato delle forze dell’ordine. Dolente e rabbioso, soprattutto, per il paradossale comportamento di quanti perbenisti di facciata, pronti a lapidare in pubblico “i diversi”, sono in realtà attratti dal sesso trasgressivo consumato nell’ombra con le trans. È così ovvio che il prostituirsi di queste faccia da corrispettivo alla perversione di quelli.
Che i fatti narrati si svolgano a Córdoba in Argentina o altrove, non fa alcuna differenza. La condizione delle trans di strada, in una società di tipo occidentale, è sempre la stessa. Ecco perché abbiamo qualcosa da imparare da un libro come questo. Non bello, sgradevole quanto si voglia, ma vero. Di una verità che parla alla coscienza di tutti. E con frequenti squarci di amicizia, di amore e di autentica tenerezza.


